C’è da piazzare uno stock

C’è da piazzare uno stock

Un comma della legge di bilancio prevede che Poste italiane possa mettere in vendita i francobolli conservati nei suoi magazzini come “francobolli da collezione”. Ma il mondo filatelico chiede a gran voce la distruzione, come già nel 1967.

Di Bruno Crevato-Selvaggi

«Al fine di promuovere e diffondere, anche nel contesto internazionale, la cultura filatelica nazionale e di valorizzare immobilizzazioni di cartevalori evitandone il rischio di depauperamento nel tempo, nei casi di giacenza presso il fornitore del servizio postale universale di una ingente quantità, non inferiore a un miliardo di esemplari, di cartevalori postali con il valore facciale, anche espresso in valuta non avente più corso legale, non più rispondente ad alcuna tariffa in vigore, il suddetto fornitore è autorizzato a procedere direttamente alla vendita, come francobolli da collezione, a prezzi diversi da quelli nominali ed anche fuori dal territorio dello Stato, attraverso aste filateliche anche in più lotti non omogenei decorsi trenta giorni dalla comunicazione al ministero dell’Economia e delle finanze e al ministero dello Sviluppo economico». È il testo di un emendamento alla legge di bilancio dello Stato, presentato il 22 dicembre 2018 da alcuni senatori della Lega – Partito Sardo d’Azione ed entrato a far parte della legge approvata il 30 dicembre, come comma 617 dell’articolo 1.

La legge

Cosa significa il testo dell’emendamento? Che Poste italiane può mettere in vendita il materiale filatelico conservato nei suoi magazzini a un prezzo diverso dal valore facciale. Poste non ha mai rilasciato dichiarazioni in merito e quindi non si hanno dati ufficiali, ma è noto che presso l’azienda esistono enormi scortepare si tratti di 1,4 miliardi di pezzi conservati in parte nei depositi di Scanzano, in provincia di Perugia (nella foto), e Biella – di francobolli, cartoline e altre cartevalori, alcune delle quali emesse sin dagli anni Sessanta, quando le tirature arrivavano alle decine di milioni. Queste enormi giacenze di cartevalori hanno necessità di particolari cautele, che in termini di magazzino e di operazioni di contorno costano: si ipotizzerebbero milioni di euro all’anno. Poste vorrebbe disfarsene, ma si tratta di un patrimonio pubblico formalmente di grande valore, che non può essere semplicemente distrutto: da qui la proposta legislativa intesa a favorire l’azienda. Il favore reso a Poste si tradurrebbe però in un danno enorme al mercato filatelico. È facile immaginare infatti che in una vendita massiccia e al “super-ingrosso” come quella prospettata dalla legge i prezzi «diversi da quelli nominali» sarebbero certamente notevolmente inferiori al facciale, dando quindi il colpo di grazia a un mercato oggi non certo florido, che si ripercuoterebbe sfavorevolmente su collezionisti e commercianti. Se infatti oggi la quotazione della collezione di Repubblica dal 1967 (anno in cui è entrata in vigore la validità illimitata) è teoricamente almeno pari al valore nominale, con un’invasione di sottofacciale scenderebbe a cifre prossime allo zero tondo.

Superficialità normativa

Il testo fa anche notare la mancanza di cultura filatelico-postale degli estensori, anche se questi desiderano diffondere «la cultura filatelica nazionale». Si parla infatti di francobolli il cui «valore facciale» non sia «più rispondente ad alcuna tariffa in vigore». Com’è noto, una tariffa si può comporre anche con più francobolli e quindi non solo l’argomentazione non ha ragion d’essere ma, in teoria, qualcuno potrebbe acquistare francobolli a un prezzo inferiore e poi utilizzarli per posta, con lucro personale e danno per Poste.

L’interrogazione

Sul caso il 17 gennaio il senatore Gaetano Quagliarello (della lista Noi con l’Italia) ha depositato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta al Ministero dello sviluppo economico. In merito alle cartevalori si precisa che «l’accumulazione, di proprietà del ministero dello Sviluppo economico, è giacente in magazzini, la cui conservazione e custodia risulta a carico di Poste italiane». Si fa notare che «i costi dell’operazione di vendita sono a carico di Poste italiane, mentre gli eventuali incassi, dedotte le spese, saranno incamerati dallo Stato». «È materiale – si legge nel testo – di cui c’è abbondanza sul mercato filatelico». Inoltre si precisa puntualmente che «gli operatori del settore chiedono da anni la distruzione di quanto ancora giacente e da una ricerca informale tra loro risulta che l’unico interesse per tale scorta sia la possibilità di impiegarlo per affrancare, risparmiando sulle spese». Escluso interesse da parte di possibili acquirenti stranieri «anche per gli argomenti trattati e la qualità grafica», si desume poi che, per risultare appetibile, la vendita (di francobolli ancora in corso) dovrebbe avvenire a un costo molto più basso del facciale. E questo imporrebbe «a Poste italiane lo svolgimento di un servizio (ossia recapitare lettere e pacchi regolarmente affrancati) pagato con francobolli acquistati ad un prezzo inferiore rispetto alle tariffe in vigore e comunque con denaro destinato allo Stato, quindi non impiegato per sostenere il servizio postale stesso». L’interrogazione fa poi riferimento al precedente dello “stock ministeriale” e chiede al titolare del dicastero – Luigi Di Maio – «se sia a conoscenza della situazione, del danno che verrebbe causato a Poste italiane in caso di vendita sotto il valore nominale e del fallimentare precedente; se conosca l’effettivo numero di francobolli giacenti e se siano ipotizzate delle stime di incasso al netto delle spese d’asta; se sia a conoscenza delle tempistiche, ovvero, se e quando cominceranno le vendite, come esse saranno organizzate; del ribasso percentuale rispetto al valore nominale; se esista già un elenco del materiale da cedere; se le vendite saranno riservate ad una determinata tipologia di interlocutori (ad esempio i commercianti) o a tutti; se siano previsti più lotti e più giornate di vendita».

Le conseguenze

Intanto, approvata la norma, pare che Poste, cui spetta l’onere dell’attuazione, come dice la legge, stia già lavorando per proporre – non si sa quando né a quali condizioni – la prima vendita. Offerta di vendita che, tutto il mondo filatelico nazionale si augura, potrebbe non trovare acquirenti, portando quindi Poste alla richiesta di poter distruggere le scorte senza incorrere in richiami del Tesoro per distruzione di valori dello Stato.

I commenti

La prima reazione è stata quella del già senatore Carlo Giovanardi, che ha dichiarato di essere rimasto «allibito» sia per la norma, sia perché è scritta senza aver interpellato né le associazioni di settore (collezionisti, giornalisti, professionisti) né le stesse Poste. Le reazioni di altri operatori del settore, professionisti e collezionisti, sono state tutte unanimemente contrarie all’operazione. Ecco alcune altre voci.

«Un problema importante e costoso, quello dello stoccaggio e della custodia del materiale accumulato da decenni, che va risolto. Resta il dubbio se la strada scelta sia quella più efficiente. La volta precedente ci vollero quindici anni, dal 1952 al 1967, per arrivare alla conclusione: distruggere»
Fabio Bonacina, presidente Usfi, Unione stampa filatelica italiana

«Decisione improvvisata e improvvida. Ancora una volta la storia (il precedente stock) non insegna nulla. Si vogliono svendere francobolli che possono ancora essere usati per affrancare? Perché non si sono tagliate le tirature quando la montagna di invenduto cresceva a dismisura? Qualcuno pagherà per questa insensatezza?»
Danilo Bogoni, giornalista filatelico, già presidente Unione stampa filatelica italiana

«Sono preoccupato per le conseguenze, soprattutto psicologiche, di tale enorme vendita.  Non credo comunque che questa quantità  di francobolli possa trovare collocamento sul mercato né italiano né estero. Per lo scarso appeal grafico degli esemplari italiani escluderei anche l’acquisto da parte di tematici o confezionatori di “francobolli differenti”. Penso che tale situazione non potrà che portare a un parziale incenerimento delle rimanenze, come già cinquant’anni fa. Staremo a vedere»
Sebastiano Cilio, presidente Anpf, Associazione nazionale professionisti filatelici

«Immettere sul mercato filatelico ingenti quantità di invenduti di bassissimo valore collezionistico significa portare il settore alla distruzione. In più, vanificando gli sforzi che operatori e collezionisti stanno portando avanti per rivitalizzarlo. È probabile che il risultato sarà un doppione delle precedenti aste degli anni Sessanta, quando poi tutto fu incenerito»
Nicola Luciano Cipriani, perito filatelico specializzato in filatelia contemporanea e varietà

«Con anni di ritardo il Mise ha messo mano a un problema che avrebbe dovuto essere affrontato molto prima. Comunque, a oggi non sappiamo ancora di quanti francobolli si parla, dello stato di conservazione, di come si svolgeranno le aste e quale destinazione avranno gli eventuali invenduti. Auguriamoci che Poste ascolti i suggerimenti degli esperti del settore affinché questa operazione risulti utile a tutti»
Paolo Deambrosi, editore filatelico specializzato in cataloghi

«I senatori che hanno presentato l’emendamento avrebbero fatto meglio a fare un’interrogazione parlamentare chiedendo conto del danno erariale procurato alle casse statali dalla produzione di cartevalori in gran parte realizzate senza una programmazione che tenesse conto dell’effettiva possibilità di impiego e avrebbero potuto adoperarsi presso Poste italiane affinché disponesse l’utilizzo, fino a esaurimento, di tutte le scorte in giacenza o la loro distruzione»
Michele Iuliano, presidente Afis, Associazione filatelia italiana specializzata

«Come presidente del Cifo, come giornalista e collezionista mi associo alla deplorazione già espressa da tutti. Osservo che si pone anche un problema di conservazione dei francobolli: che ne sarà stato oggi della gomma (o dell’adesivo) di miliardi di francobolli accatastati l’uno sull’altro? Con molta probabilità si troveranno sotto forma di grandi blocchi incollati per l’umidità. Chi mai vorrebbe comperare, anche a un centesimo l’uno, francobolli in un simile stato?»
Claudio Manzati, presidente Cifo, Collezionisti italiani francobolli ordinari

«Il mercato dei francobolli in lire emessi dagli anni Sessanta in poi è da tempo in sofferenza a causa delle tirature troppo alte. Se all’improvviso arrivasse sul mercato una quantità come quella prospettata sarebbe certamente il colpo di grazia, e la filatelia contemporanea italiana non varrebbe più nulla. I primi a subirne le conseguenza sarebbero i commercianti filatelici»
Andrea Mulinacci, commerciante filatelico, già presidente Filatelisti italiani professionisti

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